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Certosa di San Lorenzo. Il modello Michelangelo.


05-05-2006

Il chiostro della foresteria, tra i più suggestivi della Certosa di San Lorenzo: due piani di logge, di cui il superiore affrescato, la sobria architettura raccordata dall’elegante piano del cortile in accoltellato di mattoni e la fontana con il puttino abbracciato all’otre nella doppia vasca circolare, è la porta del Paradiso. Così lo descrive Mario De Cunzo nel raffinato volume «Padula. La Certosa di San Lorenzo», edito da Franco Maria Ricci nel 1990. L’architetto napoletano, all’epoca soprintendente di Salerno e artefice del recupero del monumento, pone l’accento sull’amenità del luogo, sul suo essere una sorta di silente sala d’attesa prima di accedere alla «Gerusalemme celeste» del Vallo di Diano. Ebbene, dopo secoli, quel silenzio è stato rotto dal fuoco delle polemiche accese, sabato scorso, dall’intervento di Pietro De Leo, ordinario di storia dell’arte medievale all’Università della Calabria. Oggetto della querelle tra studiosi, quel Michelangelo «architetto» di San Lorenzo, un tormentone culturale che riaffiora quasi ogni lustro. Trovando, finora, perdenti quanti sposano la tesi del Buonarroti padulese. Professore De Leo, ha scatenato ancora una volta un bel putiferio tirando in ballo la mano di Michelangelo sulla Certosa. «La mia è stata una lunga relazione relativa alla monumentale opera di monsignor Sacco sulla Certosa di Padula, di cui proprio sabato scorso è stata presentata la ristampa del secondo volume. Ho citato Michelangelo, è vero, ma le mie dichiarazioni sono state sintetizzate, accorpate e pubblicate distorte, credo, in un comunicato stampa sulla manifestazione. Quello, insomma, che ha creato tanti clamori, facendomi fare, mio malgrado, la parte dello stupido e dell’ignorante». Già, il soprintendente Zampino l’ha gelata con un “è una sua opinione”, mentre Spinosa è andato su tutte le furie, in particolar modo per quell’inesattezza su palazzo Farnese. «L’ha chiamata bufala e lo è. Ma non ho mai detto che il chiostro della foresteria è stato realizzato su disegno del grande artista in quanto identico a quello di palazzo Farnese. Ho nominato, certo, palazzo Farnese, ma solo per dire che monsignore Sacco, nei suoi studi, si è occupato anche dell’edificio romano. Il riferimento michelangiolesco era, invece, Santa Maria degli Angeli a Roma». De Cunzo riferisce di questa similitudine, ma per quel che riguarda il chiostro grande. E Pasquale Natella in un suo saggio racconta di un monacello settecentesco autore di uno dei primi testi sulla Certosa di Padula che tira in ballo Michelangelo. «Certo, il chiostro grande è di mano manierista, così come lo è il chiostro piccolo, quello della foresteria appunto. Il modello, non ci sono dubbi, è Michelangelo e Santa Maria degli Angeli. Le Certose erano in rete e quella romana ne era il cuore. Mi spiego meglio, c’era una circolazione di idee, di progetti. Il modello Roma veniva copiato, esportato. L’influsso michelangiolesco è evidente a Serra San Bruno e da qui in tutto il sud, a San Martino a Napoli, alla Certosa di Capri e, per riflesso, a Padula». Insomma, Michelangelo ha lavorato a Padula o no? «Da documenti che ho consultato ha avuto sicuramente rapporti con la Certosa madre per il meridione, ovvero Serra San Bruno. La verifica è il carteggio del Tromby e il resoconto di una visita apostolica al cenobio calabrese. Dal suo ripristino a metà cinquecento si è avviato l’abbellimento delle certose campane, con artigiani e artisti anche calabresi. Ecco, se non Michelangelo- purtroppo non abbiamo ancora reperito testi in merito - sicuramente hanno lavorato botteghe appartenenti alla sua scuola, riproponendo i disegni del genio toscano».

tratto da: www.ilmattino.it




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