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Decreto sui piccoli comuni: interviene anche il presidente del Patto Territoriale che scrive all'ANCI e al Ministro dell'Interno


31-08-2011

Le disposizioni relative alla riduzione dei consigli dei piccoli comuni contenute nell’articolo 16 del decreto legge n. 138 del 13 agosto 2011, e confermate dal vertice di maggioranza del 29 agosto, così come sono destano più di una perplessità.
Sacrosanto il principio della riduzione dei costi attraverso lo svolgimento comune delle funzioni essenziali tra piccoli comuni, provvedimento che certamente avrebbe una ricaduta positiva sui cittadini in termini di efficienza di servizi resi a fronte di razionalizzazione degli aggravi. L’esercizio comune di funzioni, tra l’altro, è già previsto nel nostro ordinamento con la possibilità di dar vita ad Unioni di Comuni che, stando al Testo Unico delle leggi sull’ordinamento degli Enti Locali, sono enti locali costituititi da due o più comuni, di norma contermini, allo scopo di esercitare congiuntamente una pluralità di funzioni di loro competenza. Un provvedimento serio sarebbe quello di rendere obbligatorie le Unioni dei Comuni stabilendo per legge sia le funzioni da esercitare congiuntamente sia un tetto minimo di popolazione amministrata.Quello che non convince per nulla è la riduzione delle rappresentanze amministrative dei piccoli comuni se non addirittura la cancellazione degli organi collegiali per le realtà sotto i mille abitanti. I dubbi sono di doppia natura.
In primo luogo non si raggiunge l’obiettivo del risparmio sui costi. Non sono certo i Consigli dei piccoli comuni che gravano sui costi della politica tant’è che per pudore nessuno ha quantizzato il risparmio effettivo dall’adozione del provvedimento. E’ notorio, poi, che molto spesso nelle piccole realtà i consiglieri comunali rinunciano anche alle pochissime Euro del gettone di presenza.
La perplessità maggiore, però, riguarda la funzionalità degli organi rappresentativi così come riconfigurati dalla manovra finanziaria e le conseguenze per le piccole comunità. Intanto si perderebbe in partecipazione alla vita sociale e sfumerebbe la passione che da sempre anima i confronti comunitari all’ombra dei campanili. In fondo l’Italia è il paese di Guareschi perfettamente descritto attraverso la caricatura dei suoi personaggi. Riducendo ulteriormente i consigli comunali verrebbero meno i principi della collegialità e del controllo, il rischio è quello di consegnare le piccole realtà nelle mani di potentati locali che amministrerebbero a loro esclusivo arbitrio fuori dal controllo delle minoranze. In buona sostanza si rischia di azzerare ogni principio democratico e si ridurrebbero a zero le possibilità dell’alternanza.
L’invito è quello di ripensare l’articolo 16 del decreto legge 138/2011, mantenendo in vita le rappresentanze amministrative già ridimensionate dalla manovra finanziaria del 2009, e rendendo obbligatorie le Unioni dei Comuni, previste dall’articolo 32 TUEL, stabilendo per legge le funzioni da esercitare in comune, un tetto minimo di popolazione amministrata o, in alternativa, di superficie territoriale. Nell’ambito di una riconfigurazione degli Enti locali, poi, e in conciliazione con la Carta delle Autonomie, alle Unioni dei Comuni potrebbero essere trasferite anche funzioni oggi di competenza di altri Enti locali eliminando, così, le tante ridondanze che allo stato generano confusione di competenze e che inevitabilmente si traducono in costi per la collettività.

Facciamo tutto ma non cancelliamo le identità locali su cui si fonda e si ancora la storia della nostra nazione e, con esse, il senso di appartenenza alle comunità.
 


IL PRESIDENTE
Dott. Giovanni GRAZIANO
 




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