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Diocesi Teggiano Policastro: messaggio in occasione del trentesimo anniversario del terremoto del 23 novembre 1980


22-11-2010

Messaggio in occasione del trentesimo anniversario del terremoto del 23 novembre 1980
“Vi fu un gran terremoto” (Mt 28, 2)
Riflessioni sulle forme di erosione della vita sociale

Il ricorrere del trentesimo anniversario del terremoto che il 23 novembre 1980 colpì assai gravemente tanta parte della Campania e della Basilicata, mi spinge a scambiare con tutti voi qualche riflessione che, nel ricordo di quell’evento che toccò gravemente anche la nostra terra e le nostre comunità, aiuti a sviluppare attenzioni e maturare sensibilità che siano di aiuto al nostro vivere personale e sociale. Trent’anni non sono molti ma, forse anche perché nei paesi della nostra Diocesi non ci furono vittime, si ha l’impressione che nella coscienza collettiva quel terremoto sia stato come dimenticato. Eppure sappiamo che, se da noi ci furono ingenti danni alle strutture materiali, appena vicino a noi, in territori limitrofi ai nostri, in quella domenica sera furono quasi distrutti interi paesi, persero la vita circa tremila persone e decine di migliaia rimasero ferite e senza tetto.
Era scesa la sera di una domenica che i giornali, poi, hanno descritto come una giornata da ricordare per il solo fatto che era trascorsa in maniera così ordinaria da non avere quasi nulla di interessante, o anche solo di curioso,
da mettere in cronaca. Appena passate, però, le 19,30, una violenta scossa di terremoto, prolungatasi per circa 90 secondi, fece sussultare la nostra terra come spingendola rabbiosamente verso l’alto per farla poi ricadere pesantemente su se stessa, scuotendola tutta nelle sue giunture e nelle sue solidità. Il territorio toccato dal sisma fu vastissimo e coinvolse le città più grandi come Napoli, che pure ebbe i suoi morti, ed i paesi più piccoli e più difficilmente raggiungibili tra i monti e le valli della Basilicata e della Campania. Anche per chi non l’abbia vissuto personalmente, non è difficile immaginare la fuga disordinata della folla di persone impaurite che scappavano fuori dalle case e dai luoghi in cui si trovavano. La gente, che si andava confusamente radunando negli spazi più larghi, fuori dagli edifici di cui si temeva il crollo, si agitava vagando nell’ansiosa ricerca di familiari e amici mentre il diffondersi delle notizie su ciò che era accaduto anche nei paesi vicini e in zone più lontane cominciava a far percepire la gravità e le dimensioni del movimento tellurico. In quei momenti, e nei giorni immediatamente successivi, le tante emergenze svilupparono una buona forma di solidarietà, un sincero spirito di attenzione e di vicinanza nell’aiutarsi ad affrontare al meglio la situazione. Molti dalle nostre Parrocchie, coordinati dalla Caritas Diocesana, dall’allora Direttore Don Andrea La Regina e accompagnati da altri sacerdoti, offrirono la propria presenza e disponibilità in quelle forme di volontariato spontaneo che portava aiuto alle persone ed ai paesi più colpiti.
Poi venne il tempo della ricostruzione, che è stata lunga e faticosa, purtroppo segnata anche da contraddizioni e dimensioni negative: la fretta di ciascuno di voler ricostruire anzitutto le proprie cose creò subito tensioni tra le persone, molte scelte furono fatte pensando solo al passato, a ciò che era ed a ciò che si aveva, senza riuscire a progettare forme adatte anche a tempi futuri, e, cosa più grave, il cedere alla tentazione di sempre, ovvero l’usare le possibilità offerte dalla situazione per coltivare altri interessi e trarre ingiustamente vantaggi e profitti da ciò che doveva essere per la solidarietà.
A distanza di tanti anni, quindi, abbiamo quasi dimenticato il terremoto e le sue drammatiche conseguenze, ma credo di poter dire che tante di quelle dimensioni negative sono ancora presenti tra noi ed hanno continuato a
governare i nostri pensieri ed il vivere della nostra società. La sensazione dominante è che in questi anni ci sia stata come una continua erosione di tutto ciò che è il bene comune e di ciò che forma il vero tessuto del nostro
vivere.
Come in tutti i fenomeni di erosione, ogni passaggio della vita sociale del nostro territorio, a causa della progressiva sottrazione di ciò che viene strappato e portato via da chi ne ha una qualche possibilità, sembra essere contrassegnato dal progressivo indebolimento della struttura comune. Le conseguenze di questa erosione del vivere sociale sono drammatiche, come e forse più ancora di quelle del terremoto, e sono sotto gli occhi di tutti, ma poiché si sviluppano in un processo lento, non concentrato nei momenti brevissimi di un terremoto, creano facilmente assuefazione e l’uomo si rassegna ad esse come ad un qualcosa di disperatamente ineluttabile. Così ci si abitua e ci si adegua alla disonestà, alla prepotenza, alla viltà, alle forme più ordinarie di sfruttamento, all’egoismo, alla menzogna, all’insinuazione che distrugge, al falso mito della necessaria soddisfazione di sé.
Conseguenza di questa erosione rimane l’incapacità di pensare e di partecipare sinceramente alla vita sociale, di progettare con libertà ciò che può essere bene comune, di cercare e costruire vere opportunità di lavoro e di vita.
Da ciò l’amarezza dei nostri giovani che sentono sprecate nell’inutilità le loro qualità, da ciò la delusione e la solitudine dei più anziani, le illusorie insoddisfazioni che rendono fragili quei legami familiari in cui, invece, si potrebbe trovare vera solidità e condivisione di speranza e di vita. Ovviamente non c’è erosione di risorse materiali se non perché si vive una tremenda erosione di risorse ideali e morali, in altre parole, di spiritualità.
Con una serie di piccole infedeltà abbiamo eroso anche le motivazioni ideali che potrebbero sostenere il nostro cammino e ci siamo ridotti a cercare solo nell’economia, ed in un possibile profitto, il valore, la regola e l’obiettivo delle nostre scelte.
Ma quando il Vangelo di Matteo dice che “vi fu un gran terremoto” (Mt 28,2) annunzia la risurrezione del Cristo, di Colui che era stato sepolto dall’ingiustizia dell’umanità, di Colui che è il Vivente e chiama l’intera umanità, morta a causa del peccato, a risorgere alla vita nuova, a formare “l’uomo nuovo, creato secondo Dio nella giustizia e nella santità della verità” (Ef 4,24). Permettetemi, carissimi fratelli ed amici, di incoraggiare tutti ad una vitale presa di coscienza di quanto hanno lasciato di negativo, nella nostra vita sociale e politica, certe forme di egoismo e di volontà di supremazia personale. Auspico che il ricordo di ciò che fu il terremoto del 1980, ed una sapiente lettura di quanto successivamente si è andato sviluppando in questi trent’anni, aiuti tutti a guardare con fiducia ad una novità del proprio vivere, ad una risurrezione della nostra umanità. Davanti ai problemi che attanagliano la nostra società dobbiamo imparare a dialogare cercando mete comuni e possibili. Nei momenti del terremoto imparammo concretamente che nessuno poteva essere salvo da solo. Oggi abbiamo bisogno di una rinnovata solidarietà sociale che dia consistenza ai veri valori della nostra umanità che per troppo tempo sono stati erosi. Mi perdonerete queste parole che pur volendo essere di incoraggiamento hanno anche una certa forma di amarezza. In realtà sono soltanto un invito fraterno a guardare con amore alla nostra terra ed alla nostra gente, un invito a cercare insieme ciò che è speranza vera per tutti.

Dio vi benedica 

Angelo Spinillo
Vescovo di Teggiano-Policastro




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