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Interventi di Roberto De Luca sui reati ambientali del Vallo di Diano


07-04-2010

“Pagavano gli agricoltori, scavavano enormi buche nei loro terreni e vi seppellivano rifiuti altamente tossici. Nel processo di primo grado erano stati condannati solo per associazione per delinquere finalizzata alla truffa: la corte d’Appello di Napoli, invece, ha ritenuto otto tra titolari di azienda e autotrasportatori colpevoli anche di disastro ambientale doloso, accogliendo la tesi del pm Federico Bisceglia”. Questo e poco più la Redazione di una testata giornalistica locale riporta, in data 2 aprile 2010, circa l’inchiesta “Terra mia” che sei anni fa consentì di scoprire grandi quantità di rifiuti, anche radioattivi, sversati in provincia di Napoli e Caserta.
Una non notizia, abbiamo pensato, visto che essa veniva relegata ad un insignificante trafiletto di una pagina interna. Rileggendo, però, abbiamo pensato all’inchiesta Chernobyl, che nel 2007 ha portato all’arresto di oltre trenta persone, implicate a vario titolo in un traffico di rifiuti tossici. In questa inchiesta sono state coinvolte anche due persone del Vallo di Diano e, per ordine del pm Donato Ceglie della Procura di Santa Maria Capua Vetere, venivano sequestrati terreni nei comuni di Sant’Arsenio, Teggiano e San Pietro al Tanagro.
E dire che già nel 1997, una voce fuori dal coro degli esimi esponenti della cultura e delle istituzioni locali, tutte osannanti il buon vivere del territorio, faceva rilevare come il pericolo dell’inquinamento ambientale fosse stato sollevato nel noto saggio “Ecomafia, i predoni dell’ambiente”, di Antonio Cianciullo ed Enrico Fontana, pubblicato da Editori Riuniti nel 1994, in questi termini: “E’ il periodo (1970-1990, n.d.r.) in cui le risorse naturali della Campania sono state letteralmente saccheggiate ed immolate sull’altare dei profitti mafiosi: dal litorale del Cilento alle pendici del Vesuvio. Vent’anni di ambiente abbandonato all’illegalità sistematica, trasformato in merce di scambio tra criminalità organizzata e potere politico: ai clan veniva assicurata la gestione di attività devastanti (dalle cave ai rifiuti tossici), ai politici corrotti veniva garantita una sorte di potere perpetuo”. Proprio in quel periodo si scoprivano altre discariche di rifiuti tossici nel Vallo di Diano.

Nulla è cambiato, a distanza di oltre dieci anni da questi eventi. Nessuna inchiesta seria è mai stata portata avanti da giornalisti o forze investigative (non fosse altro per non disturbare troppo qualche delinquente per bene) e, così, a distanza di tempo, ci ritroviamo di nuovo a piangere sul tragico destino al quale il nostro territorio è stato abbandonato, nell’indifferenza di tutti: l’ambiente come bene a disposizione della malavita, anche di quella spicciola. E guai a fiatare o a ricordare l’inchiesta Chernobyl. Infatti, qualche rappresentante politico locale, interrogato in privato sul perché non si esprimeva in merito, diceva: “Vedrete che poi tutto finisce in una bolla di sapone e la gente dimenticherà. Presto dimenticherà”. Un altro, dopo la richiesta di bonifica dei terreni da parte della Procura di Santa Maria Capua Vetere ai comuni interessati dagli sversamenti, dichiarava pubblicamente l’impossibilità di far fronte alla messa in cantiere della bonifica stessa. Eppure, le sagre di antichi sapori o di prodotti tipici locali, di maiali e salsicce, pannocchie e cavatelli, venivano puntualmente finanziate per commemorare, tra suoni e banchetti, la salubrità dei nostri luoghi e la bontà del cibo, magari ricavato dai terreni a ridosso di quelli sequestrati (o proprio nel loro perimetro se qualcuno aveva, nel frattempo, rimosso i sigilli).

E mentre le ruspe cingolate si fanno strada anche nel Parco Nazionale del Cilento e Vallo di Diano, chi denuncia diventa un malfattore e chi sventra le montagne a 1100 metri sul livello del mare un benefattore dell’umanità. E così, come preannunciato dal politico di grido (uno dei tanti che da oltre trent’anni calcano la scena delle TV locali), nessuno parla più dell’inchiesta Chernobyl e alcune testate giornalistiche già preparano le loro spedizioni per la Valle delle Orchidee, tacendo spudoratamente su tutto il resto. E badate bene, il delinquente, in tutta questa storia è solo chi sottoscrive queste righe e nessun altro. A lui e all’associazione che rappresenta potrete imputare tutte le denunce, anonime e non. Così, i tecnici comunali finiti sotto processo per abusi, o interdetti dai pubblici uffici, potranno gridare contro di noi, pensando che sia la nostra associazione a denunciare (anche quando non lo è): “Poveri uomini, queste cose non si fanno”. Ignari, forse, del fatto che non siamo noi a compiere i reati. In una cosa hanno però ragione: la nostra dignitosa e consapevole povertà.


Roberto De Luca
 




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