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Padula: Sgarbi contro Bonito Oliva 'liberate la Certosa dal magliaro'


02-09-2009

"Ma perché, il problema non si è ancora risolto?". Quando Vittorio Sgarbi apprende la notizia al telefono che la situazione della Certosa di Padula è ancora la stessa, cioè uguale uguale a come l'aveva lasciata l'anno scorso, comincia a dare il meglio di sé.

Caro Sgarbi, siamo punto e a capo: se non fosse stato per il nostro Rino Mele che ha rilanciato l'argomento, come al solito tutto sarebbe passato in silenzio.

"E ha fatto bene, ha perfettamente ragione. Come si fa a non dir nulla dinanzi a tanto schifo?"

Noi ci proviamo, ci abbiamo provato...

"E andate avanti così, se è il caso ritornerò anch'io sulla cosa. Anzi sa cosa le dico?"

No cosa mi dice?

"Che torno di nuovo da Bondi"

A far cosa?

"A dirgli di muoversi ed in fretta altrimenti chi lo toglie dalla Certosa di Padula quel magliaro?"

Presumo si riferisca al critico d'arte Achille Bonito Oliva?

"Certo, e chi se no...critico d'arte poi..."

E che intende dire al ministro della cultura?

"Che dovrebbe muoversi, già l'anno scorso Mogol ed io facemmo un esposto contro quello scandalo, quello schifo, quella vergogna che stravolge un luogo come la Certosa, concepito con un grande senso dell'ordine, frutto di una secolare cultura ed ora rovinato dall'incompenteza...."

Dicono che sempre arte sia quella contemporanea...

"Ma cosa c'entra questo?"

Non so dica lei cosa c'entra?

"Non mi riferisco a lei, ovviamente o alla sua domanda.La verità è che si inquina un posto meraviglioso con prodotti di un mercato, tra l'altro singolare e grottesco. Ripeto: è uno schifo e fate bene voi ad ingaggiare una battaglia culturale, giornalistica, chiamatela come vi pare. Sono con voi"

Grazie

"E di che? Appena posso ricontatto Mogol e vediamo di riprendere la faccenda, è necessario incalzare il ministro Sandro Bondi per evitare questi scempi".

La difficoltà di comunicazione con Vittorio Sgarbi s'aggrava all'improvviso per le solite linee telefoniche che, specie quando occorre, iniziano a far capricci. Poco male, il senso è stato ampiamente trasmesso: un senso, tra l'altro, che condividiamo toto corde.

Chi scrive pensa addirittura che chiese, monasteri, abbazie, cattedrali, duomi, palazzi reali e via dicendo, debbano essere restituiti ai committenti originali, vale a dire al Vaticano che li tratterebbe sicuramente meglio.

A cominciare dal Quirinale, passato dalla padella reale alla brace repubblicana. Risultato: zero. Ma questo non lo si può neppur pensare, figuriamoci scrivere: si rischia un Tso immediato. Ma tant'è.

 

E LIBERATECI PURE DAL PROVINCIALISMO DI SCRIBI, VESCOVI E AMMINISTRATORI

SALERNO- Parlare di vicende familiari altrui non sta bene. Non solo non sta bene ma addirittura rischia di trasformarsi nel solito boomerang che colpisce gli sprovveduti, od anche gli sfortunati. Al momento ci occupiamo del primo dei due casi.

Di recente, un oscuro collaboratore dell'inserto locale di un giornale istituzionale, ha insistito nel guardare il dito che indica la luna: non era importante il merito dell'argomento (vale a dire la polemica innescata da Rino Mele contro l'occupazione militare della Certosa da parte di Achille Bonito Oliva) quanto il fatto che l'uno e l'altro fossero parenti. Ovvio che il lettore, se pur c'è stato, avrà attribuito l'origine della querelle a chissà quale casino in corso, magari per ragioni di eredità in un contesto rural-montano: è così che funziona, le specializzazioni in dietrologia ormai non si contano. E allora, dietrologia per dietrologia, il nostro nazional popolare Cronache del Mezzogiorno che ti va a scoprire? Un piccolo (insignificante per chi scrive ma...) scheletruccio del collaboratore dell'inserto: vale a dire un blitz coniugale nelle stanze del municipio salernitano, che gli fece rimediare fotografie "secretate" sull'altro scempio in corso a Marina d'Arechi, che determinò l'allontanamento immediato della consorte stessa per la scoperta violazione dei doveri professionali, con conseguente trasferimento ad altro ufficio.

Una storia che non ci fa affatto piacere raccontare, tra l'altro anche sproporzionata rispetto alla marachella: ma, visto che si parla di duelli familiari mentre invece si fa quel che si ritiene opportuno fare (assumendosene ogni responsabilità) ecco che appare comprensibile una innocua ed amichevole rappresaglia.

Ed ora parliamo di cose serie. Almeno proviamoci.

C'è una vera tragedia in corso in Campania: per la verità è in tutta Europa, ma limitiamoci a questo pezzo di territorio. Il riferimento è all'ossessione del ceto politico dirigente, incarnato da Bassolino a Napoli e da De Luca a Salerno, nei confronti della modernità, segnatamente della cosiddetta "arte contemporanea". Nel caso salernitano, dell'architettura.

Il primo con il Madre ed altro a rincorrere pitture e scritture degne del suo rango amministrativo, cioè poca roba e mal fatta; il secondo, eccellente amministratore, politico serio pur se ancora inspiegabilmente legato alla carovana del disastro del centrosinistra, che si lascia invadere da chissà quale pulsione europeista immaginado una città rinnovata urbanisticamente (e va bene) ma il cui ridisegno è sostanzialmente delegato alle archistar del momento: cioè quanto di più antiumano esista.

Calatrava, Zaha Hadid, Jean Nouvel, David Chipperfield (questo un po' meno per la verità), Bofìl e via dicendo: ci manca solo Renzo Piano, che dopo aver bestemmiato il centro di Parigi e San Giovanni Rotondo arriverà a "livellare" freddamente pure una certa gloriosa identità cristiano-longobarda di Salerno. Quelle orribili "vele" a Marina d'Arechi costruite dall'autore di un ponte in vetro a Venezia (!) reclamano la presenza di esotiche palme, magari un cammello e qualche donna in burqa azzurro o in nero chador, mentre invece ci vorrebbero viali di pini mediterranei. Il Crescent va bene quando spazza via le chiancarelle, meno bene se si somma al profilo delle montagne retrostanti. Ci vorrebbero cattedrali gotiche, De Luca questo lo capisce bene. Non è certo una questione di cemento, di affari e speculazioni come ancora si ostinano a berciare intellettuali al caviale e comitati vari: a noi questo aspetto incuriosisce meno, anche perché è una cosa ancora tutta virtuale. Il problema è di identità, etnica, culturale e, volendo, antropologica: e chi espelle dal proprio orizzonte i tratti di fondo di una città affidandone i lineamenti ad opere fatte da chi al massimo erige grattacieli perché ora è il suo momento, non rende un gran onore alla comunità che pure serve bene per altro.


NON SOLO SALERNO E PADULA: C'E' IL FORUNCOLO DELLA COSTIERA

E' un foruncolo, un brufolo come si direbbe comunemente, innestato in ciò che resta di uno degli angoli più belli e ricchi di storia della Campania. E' l'auditorium di Ravello, un mostro curvilineo immaginato (ha fatto solo uno schizzo consegnato a mano ad un sociologo in brodo di giuggiole che accompagnava uno statista di Afragola in viaggio) dal celebre architetto brasiliano Oscar Niemeyer, quello che ha tirato su la futuristica Brasilia (ma siamo in Brasile).
Questa opera, su cui pure si è scatenata la solita bega tra ambientalisti resistenti e poi comprati, l'hanno voluta fortemente due persone, con l'avallo del solito imbelle ceto dirigente provinciale: Domenico De Masi e Antonio Bassolino. Non ci frega quanto è costato, neppure delle guerre di quest ore per accaparrarsene la gestione, non ci frega altro che una cosa: è una pessima opera, un pessimo servizio all'orizzonte tradizionale di una pur devastata costiera, insomma l'auditorium è brutto. Si potrà pur dire? Quando finiranno di pasteggiare a tartine e caviale, imbottendosi di danaro pubblico per abbacinare i locali con chissà quale magnificenza in divenire prossimo per le vie di Ravello, forse si accorgeranno di aver fatto un altro regalo al territorio e alla cultura in generale. Forse.

p.r.
Cronache del Mezzogiorno




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