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La Codacons si esprime in merito alla chiusura dell'IPSAA


09-08-2009

RISCHIO CHIUSURA DELL’IPSAA DI SALA CONSILINA
e considerazioni sulle sagre commemorative di episodi del passato al confine tra storia e leggenda, utilissime per capire l’origine feudale del potere locale

In un comunicato congiunto degli allievi, genitori, docenti e personale ATA dell’Istituto Professionale di Stato per l’Agricoltura e l’Ambiente di Sala Consilina si legge, in sintesi, quanto segue:

“A seguito delle recenti disposizioni ministeriali in tema di razionalizzazione degli istituti superiori (legge n 112 del 2008, nota come “riforma Gelmini”) che impongono la chiusura di quegli Istituti con un numero di iscritti inferiore agli standard (minimo 20 Alunni a classe), nonostante gli Istituti IPSAA di Sala Consilina e di Sapri abbiano raggiunto gli standard minimi richiesti dalla legge, gli stessi hanno avuto, inspiegabilmente, esito negativo dal C. S. A. di Salerno. Come si può facilmente costatare, nel giro dei prossimi due anni si avrà LA COMPLETA CHIUSURA dei due istituti citati. La soppressione di questi istituti di fondamentale importanza per il territorio creerà non pochi disagi per gli studenti iscritti nel terminare il percorso formativo, visto che l’IPSAA più vicino dista oltre 80 chilometri da Sala Consilina”.

Il comunicato pone l’accento su due aspetti importanti. Il primo è relativo al fondamentale ruolo che questi istituti svolgono nell’ambito dello sviluppo economico del territorio; il secondo è di carattere pratico, dovendo gli studenti iscritti frequentare le classi, nei prossimi anni, in sedi molto distanti dal Vallo di Diano e dal Golfo di Policastro. Ci soffermeremo a considerare il primo aspetto, cercando di inquadrare l’attuale situazione economico-sociale del Vallo di Diano, in modo da poter corroborare l’asserzione circa l’importanza della struttura dell’IPSAA per il futuro del comprensorio.

Il Vallo di Diano, fatta salva la vocazione commerciale di alcuni paesi, ha fondato, nei secoli, la sua economia sul settore primario. Ancora oggi il comparto agro-alimentare riveste un ruolo non secondario nella creazione del reddito locale, nonostante un’estrema parcellizzazione della proprietà terriera, l’assenza quasi endemica di cooperazione in agricoltura e la scomparsa progressiva delle piccole e piccolissime imprese agricole. L’attuale continua crescita dell’età media degli imprenditori agricoli locali ed il conseguente abbandono o la diversa destinazione del patrimonio agro-forestale del comprensorio, tuttavia, non fanno ben sperare per il futuro. Le cause della disaffezione nei confronti dell’agricoltura, a mio avviso, sono essenzialmente due: la principale è la scarsa capacità di produrre reddito per mezzo delle produzioni agricole locali; la seconda è la permanenza di un modello di impresa familiare ancora troppo legata a metodi lontani dalla razionalizzazione della produzione, che localmente si otterrebbe anche attraverso il rilancio della cooperazione. Cionondimeno, la fuga dall’agricoltura non è un fenomeno solo italiano. Vero è che tale esodo è stato molto più rapido nel nostro Paese rispetto ad altre nazioni europee, quali la Francia, ad esempio, così che ora solo il 4% della forza lavoro della nostra nazione è dedita alla coltivazione della terra. Di questo 4%, si stima che solo il 3% ha età inferiore a trentacinque anni.

Alcuni enti avrebbero dovuto, nel passato, per dichiarazioni rese nei loro stessi statuti, provvedere alla formazione delle maestranze e ad incentivare la cooperazione. Essi, però, sono rimasti dormienti su questi aspetti nel corso degli anni. È opinione corrente, infatti, che tali enti, che dovrebbero essere preposti allo sviluppo dell’economia locale, siano paragonabili a dei carrozzoni politici. Per la nostra visione delle cose, essi sono espressione di quella casta politico-amministrativa che localmente ha svolto, così come in Sicilia la borghesia mafiosa1, un ruolo di interdizione nei confronti dell’emancipazione piena delle classi sociali culturalmente meno attrezzate. Parimenti, il livello politico para-massonico ha assecondato questo torpore negli anni e le istituzioni tutte hanno concorso, con omissioni e connivenze, proprie di una società con cultura mafiosa diffusa, ad una progressiva perdita di valore dei terreni agricoli, oggi sottoposti a quello che ho definito il “sacco della vallata” 2: acquisti di terreni agricoli per poco prezzo per usi multipli, anche industriali. La povertà culturale dell’opinione pubblica, mai formatasi in modo libero per le ragioni esposte sopra nel passato e, ultimamente, la presenza di una stampa completamente asservita, tranne qualche rara piacevole eccezione, al potere a lunga reggenza della casta locale, hanno fatto il resto.

La stessa casta politico-amministrativa adesso sta rispedendo al ministero l’accusa della chiusura dell’IPSAA di Sala Consilina, per via della disposizione sui requisiti minimi per la formazione delle classi. Eppure non esistono identici problemi numerici nei licei e negli istituti tecnici. Perché? La risposta è semplice. Perché, nel passato, il ruolo dell’imprenditore agricolo è stato mortificato fino al punto che un’attività di questo tipo, oggi, non è più ambita da un giovane (anzi!). Se questo non è un fallimento politico-istituzionale in un territorio a vocazione agricola, quale segnale dovremo ancora aspettare per capire? Eppure proprio oggi la stampa locale celebra, all’unisono, l’arrivo di Carlo V a Sala Consilina ed il passaggio dei Sanseverino a Teggiano. Sono convinto anch’io che queste sono ricorrenze molto importanti. Non fosse altro per ricordare all’intera cittadinanza la vera natura del potere feudale in queste terre, le quali nel futuro non potranno più produrre le derrate da offrire alle truppe dell’imperatore di turno.

Per quanto concerne l’IPSAA di Sala Consilina e di Sapri, si esprime piena solidarietà alle famiglie degli allievi e si spera in un opportuno rapido intervento istituzionale del Presidente della Provincia di Salerno per scongiurare la definitiva chiusura di questa speranza per il territorio, già funestato dall’assenza di un collegamento ferroviario per lo spostamento degli studenti al di fuori dei confini della vallata. Vedrete che qualcuno risponderà che esistono le autolinee private per il trasporto degli studenti. E allora il cerchio si chiuderà, se qualcuno ha volontà di intendere

1. Sul ruolo della borghesia mafiosa in Sicilia e sulla sua influenza sul contado dall’epoca immediatamente successiva all’unificazione d’Italia fino ai giorni nostri si veda il recente scritto di Saverio Lodato e Roberto Scarpinato “Il Ritorno del Principe”, edito da Chiarelettere.

2. Sulle scelte edilizie della casta locale il prof. Colitti ebbe a dire nel 1998 (“Le Pagine di Erò”, vol. n. 5, 1998): “E poi l’esperienza amministrativa, ricordo a me stesso e al dottor De Luca, io l’ho fatta circa trent’anni fa, quando sono stato consigliere comunale e finanche designato sindaco ad un anno dalla fine del mandato quinquennale: ottenni la soluzione del problema comunitario che mi aveva spinto a candidarmi, la consegna dell’edificio dell’ITIS prima della fine del quinquennio, ma accettando il compromesso preliminare di non mettere il naso nella politica clientelare in tema di edilizia, sulla quale si sono fondate tutte le amministrazioni avvicendatesi prima e dopo di quella di cui feci parte. All’indomani delle elezioni, ingenuamente avevo messo il dito nella piaga, ma la reazione fu così violenta che dovetti rinunciarvi decisamente per non sentirmi un nemico da eliminare, cosa assolutamente inutile, se volevo puntare ad un obbiettivo concreto possibile”. Era il 1998, sono trascorsi undici anni da allora e forse nessuno ha indagato a fondo sul significato di quelle parole e sulle conseguenze di quei fatti. Frasi che suonano come una denuncia ben precisa da parte di uno stimato uomo di cultura. Parole che, estrapolate, possono far capire quanto sia stata determinante la lobby del cemento nel determinare il destino del Vallo di Diano.
 




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