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La tragedia di Teggiano: I parroci ai funerali dei due soci morti nella sparatoria al salumificio


13-07-2009

Due funerali distinti, celebrati alla stessa ora di ieri mattina, per i due soci del salumificio "Il Principino", protagonisti dell’omicidio-suicidio avvenuto nel pomeriggio di giovedì scorso. Le due chiese che hanno accolto le salme di Antonio Di Mieri di 58 anni di Teggiano e di Vincenzo Amato di 69 anni di Monte San Giacomo, erano stracolme fin oltre ogni limite di capienza. Due bare, ricoperte entrambe da una montagna di fiori. A celebrare le esequie, nella chiesa del Sacro Cuore di Gesù di Teggiano, il parroco don Salvatore Sanseverino, mentre la cerimonia funebre nella Chiesa Madre di Monte San Giacomo è stata officiata da don Carmine Tropiano. «Pregare e non giudicare - hanno detto entrambi i parroci - Ogni cristiano è chiamato a realizzare sulla terra il regno di Dio con la preghiera e con l'apostolato e pertanto, la preghiera deve guidare ogni nostra azione, per non farci assalire da pensieri che, se non adeguatamente controllati e supportati proprio dalla preghiera, possono indurci a commettere azioni che lasciano il segno nei nostri cuori e nelle nostre famiglie. È la preghiera che salva il mondo - hanno detto all'unisono i due parroci - senza la quale ci sentiamo in balia delle onde». Un messaggio in sintonia con quanto affermato dal vescovo della diocesi monsignor Angelo Spinillo in riferimento alla tragedia di Teggiano: «Dobbiamo affidare al Signore questi due fratelli e pregare per le debolezze dell'umanità», aveva ammonito il presule. Intanto, in attesa dell’esito degli esami autoptici eseguiti dal medico legale Luigi Mastrangelo su disposizione della Procura della Repubblica di Sala Consilina (che sicuramente contribuiranno a chiarire definitivamente i tempi della morte dei due soci e la sequenza dei colpi esplosi dalla Beretta calibro 7,65 che ha causato la morte di entrambi), tutti, ieri mattina, continuavano a chiedersi il perché di una tragedia dalle proporzioni così immani. Sembra ormai quasi del tutto acclarato che i due soci, amici da una vita, si siano sparati a vicenda, usando la stessa arma. Rimane in piedi, pertanto, almeno che i risultati degli esami autoptici non dimostrino eventuali altre certezze, l'ipotesi del suicidio-omicidio. Ad impugnare per primo la pistola che si trovava nel cassetto della scrivania all'interno dell'ufficio dell'azienda sarebbe stato Amato che avrebbe esploso due colpi di pistola contro Di Mieri ferendolo alla spalla. Credendolo morto Amato sarebbe uscito dall'ufficio, fermandosi all'interno dell'azienda, fumando nervosamente. Almeno tre o quattro sigarette nello spazio di pochissimi minuti. Di Mieri però non è morto. Seppur sanguinante si rialza, impugna l'arma lasciata da Amato sulla scrivania, prende la mira e gli spara un colpo alla nuca ferendolo mortalmente. Poi si mette al volante della sua Bmw 530 e si dirige verso casa dove, all'interno del garage, si spara un colpo a bruciapelo al cuore. Inutile la folle corsa del figlio verso il vicino Saut di Teggiano, dove Di Mieri arriva già cadavere. Sembra anche quasi del tutto acclarato, inoltre, che tra i due, prima della sparatoria, ci sia stato un grosso litigio. Nessuno, però, tra i familiari delle due vittime, interrogati a lungo dai Carabinieri della Compagnia di Sala Consilina che conducono le indagini dirette dal Procuratore capo Amato Barile, ha saputo fornire elementi tanto validi da delineare un'ipotesi credibile. Qualche piccolo problema l'azienda lo stava registrando, ma a nessuno è sembrato di una gravità tale da indurre i due a spararsi l'un l'altro. Un mistero ed un segreto che Antonio Di Mieri e Vincenzo Amato hanno portato con sé nelle bare.

ROCCO COLOMBO

tratto da: www.ilmattino.it




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