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Sala Consilina. Verso Via D’Amelio: i 57 giorni


30-07-2014

“Chi ha paura muore ogni giorno, chi non ha paura muore una volta sola” con questa frase pronunciata dal giudice Paolo Borsellino si è aperta ieri una serata molto suggestiva. In piazza Umberto I di Sala Consilina, dopo i saluti istituzionali affidati al sindaco Francesco Cavallone, all’ass. Gelsomina Lombardi e al Presidente del Consiglio Maria Stabile la Compagnia teatrale “La cantina delle Arti” ha voluto ricordare la straordinaria figura di Borsellino attraverso una lettura interpretata dei 57 giorni intercorsi tra la morte del giudice Giovanni Falcone e il suo carissimo amico collega di una vita. I presenti composti e in silenzio all’ombra di un telo rosso e qualche candela hanno ascoltato il resoconto storico degli ultimi mesi di vita dei due uomini straordinariamente coraggiosi che affrontando la paura e vincendola ogni giorno nelle aule di tribunale o per strada, negli affetti e nei rapporti sociali sono andati incontro a una morte certa. Un rischio ovviamente a cui è andata incontro la famiglia e le persone a loro più care. La mano, sempre quella della mafia degli anni ‘90, quella più spietata che non esitava a premere un grilletto per far cessare una o centinaia di vite umane per diversi motivi non ha di certo risparmiato né Falcone né Borsellino minacciandoli a più riprese in vita e unendoli in un destino crudele e tragico anche nelle modalità della loro uccisione: rispettivamente nel tratto autostradale di Capaci il 23 maggio 1992 e Via D’Amelio il 19 luglio 1992. A soli 57 giorni di distanza. La lettura di Enzo D’Arco, Antonella Giordano e Patrizia Baisotti tratta dal sito www.19luglio1992.com ha ripercorso dunque quei giorni maledetti, facendo nomi e cognomi dei mafiosi e non solo addentrandosi in situazioni note e molto intime, un impegno nel pool antimafia che metteva tutto in discussione tranne l’integrità morale e professionale. Una descrizione lucida di un legame profondo e certo con la scorta, quasi di protezione al contrario e sconcertante con i pentiti e gli arrestati di turno, confessioni di piani devastanti e atroci che indussero il giudice a ritornare più volte sui suoi passi nelle considerazioni. Borsellino sapeva che dopo Falcone toccava a lui la stessa sorte e inizia a vivere male e con più apprensione ogni giorno tanto che si sbottona anche in slanci affettuosi con tutti, quasi a salutarli per l’ultima volta. Fino alla notizia dell’arrivo del tritolo destinato proprio a Paolo Borsellino che quella maledetta domenica del 19 luglio di 22 anni fa, mentre stava bussando al campanello di casa dell’anziana mamma per accompagnarla dal cardiologo, ha compiuto il suo inesorabile dovere per mano di Cosa Nostra. Un enorme esplosione uccise il giudice antimafia e cinque uomini della scorta scrivendo troppo presto la parola fine a una vita spesa nella lotta alla criminalità più efferata. Lasciando di stucco e senza parole tutti. Tutto si ferma. Già perché ognuno credeva nel potere di quel coraggio della legalità che sfidava Cosa Nostra e smantellava i suoi piani. E intanto la frase Non li avete uccisi le loro idee camminano sulle nostre gambe risuona ancora oggi ovunque, un esempio un insegnamento un tragitto segnato da carte arresti leggi e rispetto che ha consegnato per sempre Falcone e Borsellino alla storia di un Paese che se vuole è capace di lottare con ogni mezzo per affermare la legalità. E quelle parole, quei visi, quella battaglia oggi sono diventati patrimonio personale di chiunque fa della legalità un baluardo per lottare contro ingiustizie e scelleratezze più eclatanti. Da quel momento le piazze le strade le periferie si tingono di rosso per continuare l’operato dei due giudici che in fondo continuano a vivere attraverso altri volti, altri compiti, altri sostegni con un obiettivo comune, sempre quello: sconfiggere la criminalità. D’altronde “La mafia come ogni fatto umano ha una nascita, una evoluzione e una fine. Forse dovremo farci i conti per ancora tanto tempo ma non durerà per sempre”.

Antonella Citro

 




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