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A venti anni dall’uccisione di don Peppe Diana il mondo ricorda questa figura straordinaria


19-03-2014

Ricorre oggi l’anniversario della morte di don Peppe Diana, il parroco che venne ucciso dalla camorra semplicemente perché parlava al cuore della gente. Nella Casal di Principe più spietata degli anni ‘90, uno dei capi clan più temuti e spietati dell’epoca decise che nel giorno del suo onomastico, alle 7:30 poco prima di celebrare la messa, don Peppe dovesse morire. E così fu, il 19 marzo 1994 un killer spietato giunse in sacrestia e con cinque colpi a freddo in pieno viso sparò al prete che era diventato un nemico e una figura scomoda perchè con una fiaccolata la Bibbia alla mano e con la parola del Signore scuoteva le coscienze umane faceva proseliti e invitava con il sorriso e la gioia di vivere a ribellarsi alla criminalità e alle ingiustizie per un mondo migliore. E questo intimoriva la camorra perché il potere delle parole arrivava laddove le armi e la prepotenza non potevano. Don Peppe morì a soli 36 anni e da tutta Casal di Principe, piccolo borgo del Casertano in Campania, si sollevò una profonda commozione che non si è mai spenta fino a oggi. Oggi per la chiesa e per il mondo il documento “Per amore del mio popolo non tacerò” scritto da don Peppe è il manifesto del coraggio di un uomo che da scout, giocatore di pallone e uomo di chiesa voleva lanciare al mondo, un testo semplice che scosse la sicurezza spavalda e granitica della camorra. E allora sono tante le manifestazioni che anche nel Vallo di Diano si celebrano oggi nelle scuole e in tutti i luoghi di discussione a 20 anni dalla scomparsa di don Peppe. “Ho un ricordo nitidissimo di don Peppe Diana perché stavo frequentando il seminario negli anni del suo sacerdozio- riferisce don Vincenzo Gallo assistente regionale azione cattolica adulti-  il sacrificio di un sacerdote che andavamo riscoprendo, dapprima le informazioni erano un po’ inficiate e invece don Peppe guardò con attenzione alla chiesa campana che in quel periodo stava facendo passi da gigante e a tutti aveva offerto un ottimo e significativo documento con cui si condannava l’illegalità. Quel documento di denuncia venne letto e ciclostilato e da questo venne fuori una fiaccolata - continua don Vincenzo - Quando si mobilitano le coscienze la camorra si sente sconfitta e non sta più con il capo del rione e questo ha portato alla sua condanna diventata seme di speranza. Per noi giovani intanto era diventato una icona da imitare, per tutta la collettività una persona amabilissima, completa, l’incarnato di un territorio che amava. A noi spetta continuare la sua opera, la tematica della legalità anche se partita dalla lontana Casal di Principe coinvolge tutti per un Bene Comune condiviso”.

Antonella Citro

 

 

 




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