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Buonabitacolo: concluse le indagini sulla morte di Massimo Casalnuovo. Il 5 luglio 2013 l'udienza preliminare a carico del maresciallo Cunsolo


14-11-2012

Buonabitacolo – Fissata l’udienza preliminare, il 5 luglio 2013, dinanzi al magistrato Antonio Tarallo, al Tribunale di Sala Consilina per decidere l’eventuale rinvio a giudizio per il maresciallo dei carabinieri Giovanni Cunsolo, coinvolto nella morte del giovane 22enne di Buonabitacolo, Massimo Casalnuovo. Abbiamo incontrato il papà, Osvaldo.

Il Pubblico Ministero inquirente, Michele Sessa, ha concluso le indagini e depositato la richiesta di rinvio a giudizio per il militare dell’arma che la sera del 20 agosto del 2011, ad un posto di blocco, secondo le testimonianze rese, sferrò un calcio al ciclomotore con in sella il giovane Casalnuovo che andò a schiantarsi su un muretto adiacente la sede stradale, battendo il capo e perdendo la vita. L’avvocato della famiglia Casalnuovo, Cristiano Sandri, attende ora di leggere la documentazione depositata dal PM Sessa, intanto rileva l’importanza del capo d’accusa mosso dalla Procura nei confronti di Cunsolo: omicidio preterintenzionale, aggravato dall’abuso di potere con violazione dei doveri inerenti la pubblica funzione. Accuse gravissime che configurano la volontarietà del gesto che ha portato alle conseguenze letali per il 22enne che provò a schivare il militare, sbandando e cadendo rovinosamente a terra. Un capo d’accusa modificato rispetto all’omicidio colposo ipotizzato in fase istruttoria. “Occorre aver fiducia nell’opera della magistratura – evidenzia Sandri – la volontà univoca deve essere quella di stabilire la verità dei fatti. Nessun intento punitivo, ne senso di vendetta, solo il raggiungimento della verità”. La notizia della conclusione delle indagini ha portato un poco di sollievo anche nella famiglia Casalnuovo. Il padre del giovane Massimo, il signor Osvaldo, continua a lavorare nella piccola officina di famiglia, al piano terra della loro casa in via San Francesco. “Qui tutto parla di Massimo - dice al nostro giornale – vede quelle chiavi, quelle li, sul banco, era stato Massimo a sistemarle in quel modo”. In tuta da lavoro, con le mani consumate dalla fatica, l’odore inconfondibile di grasso e di carburatori, addosso, le lacrime che solcano il viso, silenti. Ci accoglie così il signor Osvaldo. “Io ho sempre avuto fiducia nella magistratura. Le può sembrare strano ma ne ho anche nell’Arma dei carabinieri. Certo non comprendo perché, ad oggi, ancora non hanno adottato nessun provvedimento disciplinare nei confronti dei due militari coinvolti nella morte di mio figlio; ma questo è un problema loro. Nessun gesto di solidarietà nei confronti della nostra famiglia, nei confronti di Massimo. Qualche mese fa, in privato, il capitano Mastrogiacomo, mi disse di rispettare il nostro dolore e che mio figlio era un bravo ragazzo; ma in privato. Mi sarei aspettato un gesto pubblico che riabilitasse mio figlio. Lo faranno i giudici, lo so”. Il signor Osvaldo non trattiene la commozione. “Ora aspettiamo l’udienza; dobbiamo aspettare fino al 5 luglio – prosegue - non capisco il perché di tempi così lunghi; aspetteremo però fiduciosi. Noi vogliamo solo la verità; qualunque essa sia. La verità”. A questo punto provo a spingermi leggermente oltre: signor Osvaldo, mi dice come si vive ora nella sua famiglia? “il silenzio, il silenzio assoluto domina la nostra famiglia. Noi non parliamo più. Di cosa dovremmo parlare? Io so le risposte che mia moglie si aspetta, anche da me! Lo so. Ma io non ho risposte. Ci sono perché ai quali nessuno mai darà risposte”. Le lacrime continuano a solcare il viso di un padre; silenziose. Lui quasi prova a nascondere quel momento di debolezza. “La mia famiglia ha finito di vivere con Massimo. Nessuno mai ci potrà restituire nostro figlio. Che vuole che le dica: io adesso vivo solo per dare quella risposta che mia moglie aspetta da quattordici lunghi mesi, come è morto nostro figlio”.ù

tratto da: www.quasimezzogiorno.it




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